BILLY MILLS
- Gianluca Bocchi
- 5 ago 2024
- Tempo di lettura: 4 min

Anche se un po’ oscurato dall’enorme presenza afroamericana, il contributo dei nativi americani allo sport statunitense, e mondiale in genere, è significativo. Primo fra tutti è naturalmente Jim Thorpe, membro della nazione Sax e Fox dell’Oklahoma, la cui eccellenza in molti sport è stata tale da farlo votare, nel 2000, come il più grande atleta del ventesimo secolo. Per quanto riguarda la sua storia olimpica, egli stravinse a Stoccolma 1912 il decathlon e il pentathlon. Poi le stupide regole sul dilettantismo, fatte proprie dagli stessi statunitensi, provocarono una squalifica ingiusta e illegale, che è stata annullata solo di recente. Ma, purtroppo, Thorpe era già morto da tempo.
Qui però vogliamo parlare soprattutto di un altro degno rappresentante delle nazioni indiane, cioè Billy Mills, un Lakota nato a Pine Ridge nel South Dakota. Per alcuni versi la gara che lui vinse, cioè i 10.000 m. di Tokyo 1964, costituisce una sorta di spartiacque nella storia dello sport.
Come è noto, anche se gli statunitensi dominano in genere le gare di atletica alle Olimpiadi, esiste tuttavia un insieme di specialità in cui sono poco vincenti, e cioè le gare di mezzofondo e di fondo: 1500, 5000, 10000, maratona e 3000 siepi (dalle origini solo maschili; poi, nelle ultime edizioni, anche femminili). Prima queste gare sono state dominate dagli europei, soprattutto dai finlandesi; poi, a partire dal 1968, soprattutto dagli africani.
E fra le poche vittorie statunitensi in questo ambito, la vittoria di Billy Mills nei 10.000 di Tokyo 1964 si staglia per emozione e spettacolarità. Fra l’altro i 10.000 erano la prima finale di atletica in quell’edizione delle Olimpiadi, e così fu la prima finale trasmessa in mondovisione, almeno per l’Italia, anche se in differita: un segno importante degli sviluppi tecnologici che hanno reso i grandi eventi sportivi ancora più globali. Innanzitutto, la vittoria di Billy Mills è a tutt’oggi considerata una delle sorprese più clamorose dell’atletica olimpica: anche per gli stessi statunitensi Mills era pressoché ignoto. La gara, d’altra parte, aveva un favorito d’obbligo: l’australiano Ronald Clarke, che qualche mese prima aveva portato il record mondiale a 28’15”6. Semmai i suoi competitori più accreditati potevano essere i sovietici, che fra l’altro avevano vinto i 10.000 alle ultime due Olimpiadi, nel 1956 e nel 1960.
Ron Clarke, in effetti, fu all’altezza della situazione. Il suo piano era semplice: dato che i suoi tempi erano nettamente i migliori dei tempi dei partecipanti, probabilmente una corsa di testa dal ritmo molto elevato sarebbe stata vincente. Ed era un piano razionale, perché gli altri partecipanti avevano in gran parte (Mills compreso) primati personali superiori ai 29 minuti. Il ritmo fu davvero elevato: e tuttavia, con grande sorpresa, altri tre atleti resistettero a Ron Clarke: il tunisino Mohamed Gammoudi, l’etiope Mamo Wolde e, appunto, Billy Mills che di questi tre era persino il meno accreditato. Alla fine, i quattro atleti si contesero la vittoria, che fu decisa sul rettilineo finale da uno spunto imperioso e del tutto inaspettato di Mills, suscitando l’entusiasmo irrefrenabile dei telecronisti statunitensi. Gammoudi fu secondo, Clarke terzo, Wolde quarto.
A Messico 1968, poi, Gammoudi e Wolde diventarono a loro volta campioni olimpici, Gammoudi nei 5.000 e Mamo Wolde nella maratona. Nei primi otto di Tokyo, fra l’altro, era arrivato settimo il neozelandese Murray Halberg, che aveva già vinto un titolo olimpico, nei 5000 a Roma 1960.
Guardando l’ordine d’arrivo, questa è una delle rare volte in cui i cinque cerchi olimpici continentali si intrecciano in forma quasi perfetta: tre rappresentanti dell’Oceania, due dell’Africa, uno statunitense, un asiatico, un europeo. Allora non lo si poteva immaginare, ma Gammoudi e Mamo Wolde furono solo gli avamposti dell’irresistibile avanzata africana. A Città del Messico, quattro anni dopo, tutto il podio dei 10.000 fu africano. Fino ad allora, gli europei avevano dominato tutte le gare olimpiche dei 10.000, vincendo, dal 1912 al 1960, 27 medaglie su 30 (due erano andate agli australiani, terzi sia nel 1956 che nel 1960). A Tokyo fu la prima volta che nessun europeo salì sul podio. E da allora in poi, gli europei sono stati certo a tratti competitivi, ma comunque incuneati in un panorama sempre più dominato dagli africani.
Gli statunitensi, prima del 1964, avevano vinto una sola medaglia nei 10.000 m., il secondo posto di Louis Tewanima alle Olimpiadi di Stoccolma 1912. Anche Louis Tewanima era un nativo americano, un Hopi di Second Mesa nell’Arizona, e in gioventù aveva condiviso una parte di un difficile percorso di crescita e di apprendistato sportivo con Jim Thorpe. E per i nativi americani sia Tewanima che Mills sono stati dei veri eroi. Fra l’altro, dopo la scomparsa di Tewanima per un tragico incidente nel 1969, in suo onore e ricordo è organizzata una corsa annuale nella riserva Hopi, alla quale Billy Mills ha dato il prestigio della sua presenza.
Anche l’anno successivo Billy Mills si mostrò all’altezza della sua nuova condizione di campione olimpico. Ma i tempi erano molto diversi da quelli attuali, e il mondo dell’atletica era ancora regolato da un rigido e ipocrita dilettantismo: le carriere, soprattutto degli statunitensi, erano corte. Paradossalmente, l’anno successivo, il 1965, fu anche l’anno della rivincita di Ron Clarke, che gareggiò moltissimo e realizzò una valanga di record mondiali in diverse distanze, fra cui un 27’ 39” 4 nei 10.000 m. che, ai tempi, appariva come qualcosa di clamoroso. Ma era destino che Ron Clarke non raggiungesse mai un titolo olimpico. A Città del Messico arrivò in qualche modo rassegnato, sapendo che l’altitudine avrebbe favorito gli atleti africani: e infatti nei 10.000 dal podio tutto africano fu solo sesto. Ciò non toglie che a tutt’oggi Ron Clarke è ricordato come uno dei più grandi atleti australiani di tutti i tempi.
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