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Corpo Docente

  • Gianluca Bocchi
  • 5 ago 2024
  • Tempo di lettura: 4 min

Lo sport è molto ritualizzato, è molto finalizzato: a maggior ragione quando le aspettative e le pressioni aumentano, i cammini vincolati (le rotaie) si moltiplicano. 


Ma, in un altro senso, ogni performance sportiva è unica, riparte da zero, ha luogo in un contesto spazio-temporale nuovo, è il prodotto anche dell’interazione con soggetti altri, umani (spettatori, giudici/arbitri, competitors) e non umani (campi di gara, variabili meteorologiche) ed è sottoposto a interventi più o meno estesi delle contingenze (la palla è rotonda).  Certo, le competenze psico-fisiche del soggetto in gioco sono un punto di partenza, ma esse rimangono astratte, finché non producono una performance frutto della co-evoluzione fra competenze psico-fisiche e soggetti in costante evoluzione.  Ora, il ricorso sempre più frequente ai mental coach e la progressiva valorizzazione delle dimensioni psichiche è un indizio (che non sempre è consapevole) che la realizzazione di una performance sportiva è sempre un atto creativo, in cui il soggetto è coinvolto nella sua totalità, comprendendo in ciò anche e soprattutto la sua capacità di aprirsi alle relazioni con il mondo, e di venirne perturbato.  In un altro contesto, il saggista e manager Nassim Nicholas Taleb, ha coniato il termine e il concetto di antifragile, per sottolineare la capacità, e forse la necessità, dei soggetti umani di non essere intimoriti dalla mutevolezza, labilità e spesso incomprensibilità dei contesti in cui si trovano ad operare ma, al contrario, di apprezzare queste stesse caratteristiche e di utilizzarle nella maniera più feconda e generativa per il proprio successo. Bene, penso che l’antifragilità sia anche un elemento fondamentale per il successo negli ambiti sportivi, consapevole o inconsapevole che esso sia.


Sicuramente, qui si aprono piste di esplorazione dei fenomeni sportivi molto ampie e molto stimolanti, che senz’altro meritano di essere perseguite autonomamente. Qui, tuttavia, vorrei soprattutto sottolineare quanto uno sguardo di questo genere sullo sport, basato sulla complementarità essenziale fra ripetitività e creatività o, se vogliamo, fra fiducia nel già noto e necessità di immergersi in contesti sempre nuovi, possa aiutare a comprendere meglio i problemi e anche le storture, inadeguatezze o vera e propria malafede che caratterizzano nel presente molti altri ambiti, in primo luogo quello educativo. Mettiamola in questo modo: se i successi nelle attività sportive, che a un primo sguardo seguono percorsi molto predeterminati e vincolati, dipendono anche dalla continua capacità di relazione e di reinvenzione dei soggetti coinvolti, che cosa dobbiamo pensare del destino dei contesti educativi, nei quali la libertà espressiva dei soggetti coinvolti (quali che siano i loro ruoli formali) dovrebbe essere una condizione imprescindibile, e non marginale o addirittura scandalosa? Qualunque contenuto, testo o programma non è e non può essere oggetto di apprendimento antecedentemente alla sua messa in situazione, e questa messa in situazione è imprescindibile dalla corporeità e dalla capacità relazionale dei soggetti coinvolti, comprese le loro specificità e le loro irriducibili singolarità. A questo punto potrebbero e dovrebbero illuminarci recenti contributi delle neuroscienze, che sottolineano come le diversità neurologiche fra individuo e individuo siano più elevate di quanto non si tende solitamente a pensare, e che il rispetto della propria e dell’altrui diversità neurologica sia una condizione necessaria per una piena esperienza del mondo e nel mondo[1]. E invece le attuali condizioni educative, il più delle volte astratte, stereotipiche, omologanti (e che purtroppo non sono riconosciute come tali, e che quasi per inerzia tendono a irrigidirsi ulteriormente) continuano a prescindere dalla concreta esistenza dei soggetti in gioco, e quindi impediscono di valorizzare appieno le loro specificità e di realizzare le loro implicite potenzialità.


Farei alcune osservazioni per aprire a orizzonti ancora più ampi: lo sport, in quanto esperienza umana coinvolgente e trasformativa, può essere assimilato ai comportamenti umani in contesti estremi, quali ad esempio le esplorazioni antartiche (la mia collega e amica Chiara Montanari, organizzatrice di spedizioni antartiche, ha recentemente proposto una ricca attività formativa che ha come centro proprio l’antarctic mindset), oppure forme di addestramento militare particolarmente raffinate, oppure ancora – ma il discorso qui è molto differente – gli stati alterati di coscienza.  Rispetto all’identità e alla condizione umana, di fatto, tali ambiti incarnano un principio ben noto e praticato nelle scienze del vivente: che per comprendere meglio le condizioni definibili come più normali o diffuse, è assolutamente necessario esplorare tutto lo spettro delle condizioni e delle strutture possibili, perché è da tutto questo spettro – in forme comparate e convergenti – si può comprendere la totalità dei fenomeni in questione, nella loro unità e nella loro diversità (principio di complessità).  Ora, da questo punto di vista, le esperienze sportive costituiscono – mi sia consentito esprimermi in questi termini – una sorta di “estremo meno estremo”: esperienze cioè che possono effettivamente attivare registri motori e psicofisici molto particolari, ma che sono in qualche modo sotto gli occhi di tutti, sia in quanto osservatori esterni più o meno coinvolti (e quindi in grado, sia pure limitatamente, di percepire e di comprendere i vissuti di un vasto spettro di sportivi, persino quelli di élite ) sia in quanto attori stessi di imprese sportive, sia pure a livelli amatoriali ed episodici. Dopotutto, se a pochissimi umani tocca in sorte di esplorare l’Antartide e se non sono comunque molti coloro che si trovano a riflettere sul significato di queste esplorazioni per la condizione umana, sono molti di più coloro che partecipano a una maratona, a una marcia non competitiva, oppure vanno semplicemente a correre o a fare partite di calcetto con gli amici.  In questo senso, allora, la lezioni che stiamo traendo dalla fenomenologia dello sport per le esperienze di apprendimento in generale – che la performance è sempre un atto creativo e necessariamente modulabile dal soggetto – posseggono un’autorevolezza conquistata sul campo, grazie alla loro generalità e relativa visibilità – nonostante tutti i fraintendimenti e le interessate semplificazioni al proposito.  Detto in altri termini: la riduzione della performance a una prestazione sradicata dal suo significato etimologico, cioè presa soltanto negli aspetti standardizzabili e unilateralmente quantitativi, è un male dei nostri tempi che produce tanta sofferenza nei più diversi contesti educativi e lavorativi.  E paradossalmente il fatto che nei luoghi dove più dovrebbe essere esasperata, come appunto nel campo sportivo, si aprono delle vie di fuga niente affatto marginali e ci dice che è enorme lo spazio per la riformulazione della questione, e che forse i contesti sportivi possono davvero aiutare a rendere migliori i contesti educativi e professionali.


Gianluca Bocchi

tratto da

Valeria Agosti, Gianluca Bocchi, Antonio Borgogni, "Camminando verso il corpo", in "Corpo, società, educazione" in press (2024).


 

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